ASSOCIAZIONE SPORTIVA DILETTANTISTICA di:
Verderio (LC) - Merate (LC) - Concorezzo (MB)

Intervista a Severino Colombo

Perché hai iniziato a praticare karate e con chi?
Sarà successo qualcosa di simile anche a qualcuno di voi: ad un certo momento si scopre che il karate esiste e molte cose cambiano. Alle tre di un pomeriggio di molti anni fa il mio amico Gianni Guizzetti disse che lui praticava karate a Milano, al CSKS (Centro Studi Karate Shotokan), dal Maestro Shirai. Per me è stato come se qualcuno avesse acceso una lampadina, forse perché avevo già in testa un’idea del genere: alle cinque di pomeriggio tornai a casa e con Piera (Piera Motta, Maestro, c.n. 6° dan, moglie del maestro Colombo) andammo ad iscriverci alla palestra più vicina, a Sesto San Giovanni, dal M° Gennaro Infiume. Per due anni abbiamo fatto karate sette giorni su sette, poi abbiamo perso una settimana perché ci siamo sposati. Da allora non abbiamo più smesso.

Prima di praticare il karate ha intrapreso altre attività sportive?
Quando avevo 14-15 anni lavoravo in una ditta a Monza e durante la pausa pranzo noi giovani mangiavamo di fretta per fare una partitella a calcio nel campetto davanti all’azienda. Un dirigente dell’Olimpic di Milano mi ha visto e mi ha convocato. Frequentava l'Olimpic già mio cugino, che ha fatto un po’ di carriera: ha giocato nei ragazzi dell’Inter, del Como e del Monza. Ma per me il calcio era un divertimento, giocavo all’oratorio, facevo tornei serali o alla domenica. Anche quando ho iniziato karate ho continuato a frequentare l’oratorio per la partita tra amici, ma non ho mai pensato che lo sport potesse diventare una professione.
Da ragazzo andavo anche a caccia, era una tradizione di famiglia, i miei nonni erano cacciatori e a sedici anni avevo già il porto d'armi. A quei tempi se si prendeva un fagiano... lo si mangiava. La prima settimana di apertura della caccia prendevo le ferie: era un’attività legata alla tradizione che però è andata a finire.
Quando ho iniziato karate invece ho capito subito che era qualche cosa di speciale, infatti è continuato fino adesso.

Come è avvenuto il primo incontro con il M° Hiroshi Shirai?
Incontrai il M°Shirai ad uno stage. Facevamo karate dal M°Infiume quattro volte la settimana con grande passione, poi gli altri tre giorni ci trovavamo a ripetere quello che avevamo imparato: se in palestra si studiava shuto-uke (parata a mano aperta) a casa lo ripetevamo per due o tre ore. Un giorno Guizzetti mi disse che si era iscritto ad uno stage. Gli chiesi cosa fosse, mi rispose che era un allenamento preparatorio al passaggio dei gradi e che si sarebbe svolto a Milano, nella palestra del M° Shirai. 
Gli stage allora duravano cinque giorni, dalle sei alle sette e mezzo del mattino e dalle cinque alle sei e mezzo di sera. Piera prendeva le ferie e assieme facevamo avanti e indietro tra casa e palestra. Ci presentammo agli esami di cintura marrone 1° kyu e in commissione c’erano i maestri Shirai, Kase, Sumi e Miura. Finita la mia prova il maestro Shirai, dopo avere parlato con il maestro Kase, mi chiese da quanto tempo facessi karate. Risposi che era da un anno e otto mesi e lui mi disse che venti mesi erano pochi per prendere la cintura nera ma mi diede otto nelle fondamentali, otto nel combattimento e dieci nel kata (forma). Un punteggio di ventisei all’esame era una cosa eccezionale. Questo fu il mio primo incontro con il maestro Shirai ed anche se io non potevo saper bene chi fosse, dentro di me percepivo che era un grande maestro.

Quali sono state le sue esperienze agonistiche?
Da cintura marrone, sotto la guida del M° Infiume vinsi alcune gare di kata. Il maestro non era molto didattico ma continuava a farci ripetere, ripetere, ripetere all’infinito, e alla fine vincevamo. 
Feci poche gare di combattimento perché nel 1978 diventai maestro e la normativa federale vietava ai maestri di dedicarsi all’agonismo. Ricordo che andai a Mestre una volta, per i Campionati Italiani. Arrivai in finale ma non chiedetemi come avessi fatto. Combattevo; mi dicevano: “Hai vinto” e io continuavo. Per me era questo l’importante. L’ultimo incontro durò moltissimo, con sei spareggi. Alla fine il titolo andò all’altro concorrente. Ricordo anche di essere stato squalificato diverse volte, e a quei tempi si veniva squalificati soltanto se l’altro non poteva più continuare. 
Durante il periodo delle gare, non avendo una scuola che mi seguisse o mi informasse, mi iscrivevo da solo e partecipavo per conto mio. 
Avevo una grande passione e quando fondai la scuola lo feci anche per aiutare quei ragazzi che avrebbero desiderato gareggiare ma non potevano, conoscevo bene le difficoltà economiche e di organizzazione che avrebbero dovuto affrontare altrimenti.

Qual’è il kata che ti senti più tuo?
Non ho mai avuto un tukui kata.
Negli anni 70/80 agli stage dovevi dichiarare il tuo tukui kata, ed ho dichiarato per 2 anni kankudai, solo perché era il più lungo, ero allenatissimo e mi soddisfaceva. Ero giovane, ero un 2° dan.
Adesso, se voglio sgranchirmi faccio i 3 kata tekki sandan, nidan, shodan - dal terzo arrivo al primo, di fila. Poi aggiungo Meikyo e Ji’in.

Ci riassume la storia dell’arrivo del karate in Italia in poche righe?
Nei primi anni ‘50 si sono formati i Maestri in Giappone, e attorno al ’55 a loro volta hanno portato i propri allievi a diventare istruttori. Per citare un nome a noi noto, il M° Nishiama è di questa generazione.
Nei primi anni '60 è cresciuta una nuova generazione, tra cui il M°Kase ed il M°Shirai, che sono poi venuti in Europa, e hanno portato a noi il karate.
Nel frattempo, in Italia c’era il M°Fassi, che per imparare karate era andato in Francia, dove c'erano contatti con l'estremo oriente tramite le colonie e i commerci, quindi avevano legami anche con il Giappone. Qualche francese nel tempo è andato, ha studiato per qualche mese e tornando ha riportato l’esperienza.
Ma il M°Fassi si è accorto che questo non era sufficiente e c’era bisogno di un Maestro. Ha scritto alla Japan Karate Association che ha mandato 5 maestri in giro nel mondo. Il M°Shirai è andato in Sudafrica, poi è arrivato in Italia ed ha creato tutto ciò che ora c’è in Italia.
In quegli anni il M°Shirai e gli altri erano all’apice - anche fisicamente.
La mia generazione si è appassionata al karate per quell’entusiasmo che loro ci hanno dato.

Come è cambiata la pratica dai suoi inizi ad oggi?
A quei tempi il karate si praticava solo come arte marziale: chi lo faceva doveva essere non solo forte, ma il più forte, infaticabile e senza paura. 
Bambini e donne erano una rarità e comunque chi non fosse stato più che motivato, massimo due mesi e poi smetteva. Ricordo uno dei primi Campionati Italiani femminili, nel 1974: a contendersi il titolo, al Palalido di Milano, erano solo quattro donne. Piera, cintura marrone, Nadia Ferluga ed altre due ragazze
Era un karate molto duro. Cadere durante un combattimento era un disonore. Se si prendeva un pugno si incassava e si taceva.
Io sono stato uno dei primi a capire che il karate poteva essere utilizzato non solo come arte marziale ma come strumento di crescita ed a organizzare gare e corsi per i bambini e per le donne.
Dal punto di vista tecnico il karate di oggi è uguale a quello del passato mentre è molto migliorato dal punto di vista didattico.
Certo, la pratica si è un po' ammorbidita perché, quando si insegna a dei bambini o a gruppi eterogenei, non è più possibile esasperare gli allenamenti come un tempo. L’attuale interpretazione del karate crea comunque campioni validi perché compiono una migliore evoluzione tecnica.
Trovo però criticabile chi, praticando il karate, lo ritenga un’attività sportiva come le altre e creda che, avendo pagato, gli sia tutto dovuto: proprio perché si considera un “cliente” rischia di non sentire quello che gli viene detto, di non capire l’importanza di quello che sta facendo e di usare malamente quanto sta apprendendo. Se poi diventa un agonista bravo penserà magari che il suo maestro abbia bisogno di lui... Tutto questo prima non esisteva. 
Nessuno pensava che partecipare ad una gara equivalesse a fare un piacere a qualcuno. Si partecipava per potersi confrontare con altri, per valutare i propri miglioramenti. Non esisteva la paura di farsi male o di perdere o di fare brutta figura, esisteva invece l’orgoglio di non cadere, di non subire. L’orgoglio di perdere in piedi. 
Adesso è diverso ma il Maestro riconosce facilmente chi si allena con questo spirito, chi si applica con umiltà e senza nascondersi dietro alle scuse: questa è la strada per migliorare nel karate, per salire quei gradini, per aprire quelle finestre di cui molti parlano ma che pochi vedono perché è difficile arrivarvi quando il karate è fatto solo di parole o di esercizi di ginnastica.
Anni fa, prima che questo cambiamento fosse netto, alcuni bambini erano diventati come dei robottini perché non veniva insegnato con un metodo didattico adatto al bambino. Ad esempio ho avuto alcuni bambini come Valentina Pozzi e Marco Motta che a 9 anni hanno fatto l’esame di cintura nera! Erano perfetti al punto che, finito uno stage per esami di Dan, il M° Shirai ha detto davanti a tutti: “adesso vi presento chi ha preso il miglior punteggio.” E ha presentato Valentina Pozzi, che aveva 9 o 10 anni.
Erano bellissimi da vedere, erano bambini veramente bravi, però questo modo di insegnare escludeva molti altri. Per questo, pur rimanendo dell’idea che il karate deve essere qualche cosa di speciale, ho modificato la didattica per aiutare i ragazzi ad interagire meglio nella vita di tutti i giorni: il bambino più debole, più titubante, più introverso praticando acquista sicurezza, decisione e autostima, mentre il bambino esuberante impara a convogliare le sue energie tramite la competizione.
Ad esempio, alcuni bambini devono imparare a parlare davanti agli altri: vedo bambini che quando gli fai una domanda rispondono sottovoce con titubanza, bisogna aiutarli a parlare normalmente, a non essere timidi.
Insomma, il karate di un tempo creava “dei bambini robot” e per gli adulti delle “macchine da guerra”. Chi sapeva fare karate ed era allenato non solo come tecnica ma anche affinato nel fisico, ad esempio allenandosi con il makiwara, il sacco o il mastello, era una macchina da guerra in grado di poter uccidere una persona. Adesso le potenzialità sono le stesse ma il fine ultimo non è più uccidere ma migliorarsi.
Quindi sicuramente il karate da una chance molto valida alle persone che lo frequentano. Ho visto cambiare in meglio molte persone, lo consiglio a tutte le donne e sicuramente ai bambini.
Naturalmente tutto questo ha senso se viene insegnato da persone valide ed esperte, non certo da persone che hanno fatto l’esame di primo dan e sono senza esperienza. Servono istruttori che continuano a frequentare, ad aggiornarsi per dare dei consigli corretti. La parola sbagliata crea un danno enorme. Il bambino è come un libro bianco: se lo pasticci rimane pasticciato, bisogna scriverci bene e non sbagliare a scrivere.

Nel 2020 il karate sarà ammesso tra le discipline olimpiche. Cosa ne pensa?
Sono pienamente d’accordo di mettere il karate alle Olimpiadi. È un modo di dare visibilità ad un attività che non ne ha mai avuta o quasi. Si presume che vi sarà maggiore affluenza per praticare questa attività.
Non lo sto chiamando “sport”, anche se alle Olimpiadi andrà sottoforma di sport, perciò sarà sottoposto a regole sportive, regolamenti, arbitraggi.
In tutti gli sport si può creare il campione: lo sport praticato da amatore è una cosa ottima, da agonista è ottimo se però non rimane chiuso nell’agonismo, ma si traduce nel miglioramento personale.
Se si guarda solo il lato sportivo, quando l’atleta vince, è una divinità, è qualcheduno da onorare, esaltare, osannare. Se però lo stesso atleta non vince, non esiste per il mondo.
Mi spiego meglio. Tutti hanno conosciuto Usain Bolt, campione dei 100 e 200m piani. Il secondo arrivato nelle gare che Bolt stravinceva, chi lo conosce? Eppure anche lui ha stabilito record, superati solo dal compagno più veloce. Chi sa questa cosa?
Per me le olimpiadi sono ottime come attività di lancio del tipo di sport, ma non come finalità, perché se togliamo il lato economico (chi vince guadagna dei soldi), il miglioramento della persona per quello che non vince può essere un problema.
Chi arriva secondo magari non fa più nemmeno sport per la delusione. Questo non vuol dire he non bisogna fare le Olimpiadi, tutt’altro. Bisogna farle ricordandosi che anche se non si arriva primi va bene lo stesso.

Fondamentali, forma e combattimento: cosa sono nel karate?
Le fondamentali (kihon) servono a migliorare il gesto tecnico. Migliorare il gesto tecnico significa arrivare sul bersaglio in minor tempo e con la massima precisione. Massima precisione significa maggiore potenza, minore dispersione di energia: in una parola la perfezione. 
Le fondamentali creano razionalità ed automatismo e queste qualità conducono ai livelli superiori. Sono convinto che chi studia bene le fondamentali diventi veramente forte. Questo significa ripetere lo stesso gesto centinaia e migliaia di volte così da non doverlo più pensare quando si dovrà eseguire. A quel punto conterà solo l’intenzione: la differenza, in termini di resa, è enorme.
La forma (kata), inizialmente, viene studiata come una sequenza di fondamentali. Bisogna fare così o non si potrà mai comprendere il livello successivo cioè il combattimento contro avversari immaginari che ad alti livelli verrà vissuto proprio come un vero combattimento. 
Il kata crea situazioni diverse, cambi di direzione e spostamenti, per di più ha un percorso ben definito e presenta molte combinazioni di tecniche, perciò richiede anche una respirazione adeguata. Mi spiego: si possono correre dieci chilometri senza fatica ed essere sfiatati dopo un kata, quindi studiare il kata vuol dire anche studiare la respirazione più adatta al combattimento. 
Il kata, inoltre, migliora la sensibilità sulla distanza e la strategia: spostarsi o girarsi eseguendo una tecnica comporta difficoltà diverse rispetto all’esecuzione in linea delle fondamentali. Si possono eseguire bene i kata e non combattere con efficacia. 
Chi conosce bene i kata, li ha memorizzati e fatti propri, invece, sa anche combattere. Può succedere che maestri e atleti di maggiore esperienza eseguano un kata in modo non perfetto per la gara, ma più vero e realistico e di conseguenza il loro combattimento sarà molto più efficace e determinato. 
Bisogna comunque notare che nel kata la tecnica è lanciata sempre a vuoto e questo fatto porta a due constatazioni: se il senso della distanza fa del gesto una tecnica che colpisce, di certo chi esegue è un atleta esperto, capace di controllare la pressione dell’impatto. Se la tecnica è trattenuta, le spalle si alzano, le braccia si piegano o si irrigidiscono, invece, si ha di fronte un atleta che deve ancora migliorare: così dall’esecuzione di un kata, anche il più semplice, si può capire il grado di preparazione di un atleta. 
Attraverso il kata si giunge al combattimento libero (ju-kumite), che presuppone una certa dose di coraggio e di sopportazione perché può anche capitare di prendere un pugno. 
Il combattimento mi è sempre piaciuto: più era duro più era bello. Mi offriva la possibilità di usare le tecniche che avevo studiato e la mia più grande soddisfazione stava nell’eseguire bene le mie tecniche preferite: la spazzata o il calcio circolare. Manuele (Manuele Farina, istruttore, già campione italiano di combattimento, c.n. 5° dan), uno dei miei primi allievi, ricorda che a Monza si facevano delle lezioni di combattimento incentrate su di una sola tecnica: era un modo per studiare divertendosi. 
Mi viene in mente uno spunto per collegare il kata al combattimento: quando sapevo di dovere combattere allenavo Nijushio e Unsu, kata agili e rapidi, perché mi rendevano più veloce. Quando sapevo che avrei avuto allenamenti lunghi preparavo Kankudai, kata di durata estrema.

Perché per il suo insegnamento ha voluto creare proprio una scuola?
Lo scopo del karate è la crescita dell’individuo ed io ho sempre ritenuto importante dare un supporto ai praticanti che volessero seguirne i corsi: questa è la funzione della scuola. È la scuola che dà qualità a quello che viene fatto.
Se la scuola dà importanza all’esame anche gli allievi gliene daranno perché le cose hanno l’importanza che noi vogliamo riconoscere loro. Tramite la scuola, inoltre, si accede all’attività federale: alle gare, agli stage ed ai molti corsi formativi. Per una palestra sola, d’altronde, è difficile districarsi tra vincoli burocratici e spese mentre i diversi gruppi aderenti alla scuola possono suddividersi questi fardelli e usufruire di un unico servizio di segreteria. Come scuola, siamo stati fortunati perché abbiamo ottenuto grandi risultati tecnici con i nostri istruttori, ed agonistici con tutti gli atleti che hanno conquistato titoli nazionali, europei e mondiali. Vorrei ringraziare tutti gli istruttori che mi hanno seguito e continuano a seguirmi
I molti che hanno frequentato la nostra scuola anche per poco tempo, lo hanno fatto in un ambiente corretto. Per potere spiegare a tutti gli altri cosa sia il nostro karate abbiamo realizzato un libro sulla nostra storia e sul karate Shotokan, che io considero lo stile più difficile pure se appare il più semplice e privo di coreografie. Tutto questo è scuola.

Quale è stata l’evoluzione storica della sua scuola di karate, la Shotokan Ryu?
Dopo l’inizio con il M°Infiume, andai all’Euroschool di Bergamo. Vi passai tre o quattro anni, prima con il M°Shirai poi per un breve periodo con i Maestri Fugazza e Naito. 
Il maestro Shirai mi chiese di andare ad insegnare a Bergamo. Qualche giorno prima, però, mi avevano proposto di organizzare un corso a Monza.
Per me insegnare voleva dire allenarsi di più: accettai subito. Risposi al M°Shirai che avevo già una proposta e lui mi permise di insegnare a Monza sotto la direzione tecnica del M° Carlo Fugazza, per il quale provo molta gratitudine. Chiamai ad aiutarmi il mio amico Gianni Guizzetti e così iniziò l’avventura. Due anni dopo diventai istruttore e cominciai a fare gareggiare i primi allievi. 
Trascinati dall’entusiasmo organizzammo la prima Coppa Città di Monza, nel 1976; ne seguirono altre nove. Potevano parteciparvi solo le cinture nere: vennero alle gare ed alle manifestazioni quelli che adesso sono grandi atleti e ora sono grandi maestri. È stato l’inizio del CSKS di Monza. I miei primi collaboratori furono Gianni Guizzetti, Giuseppe Troiano, Bruno Calzaretti e mia moglie Piera. Guizzetti, poi, si spostò a Cinisello e costituì la sua scuola. Giuseppe, dopo una breve esperienza a Monza, andò ad insegnare a Robbiate lasciando il suo posto a Vito Pazienza che nel frattempo era diventato cintura nera. 
Col passare del tempo Giuseppe e Bruno non furono più in grado di assicurare la loro presenza, inoltre a Concorezzo mi si chiedeva di aprire dei corsi, perciò chiesi a Vito di assumere la direzione tecnica del CSKS di Monza in modo che io potessi spostarmi nelle palestre di Paderno d’Adda (che sostituì la sede di Robbiate) e Concorezzo, che divennero il CSKS Paderno e il New Center Concorezzo.
A Paderno d’Adda, su richiesta comunale, venne aperto un corso per bambini, che affidai a Silvano Ronzullo. Dopo sei mesi dei venti bambini che avevano iniziato non ne rimase uno, perché la palestra era troppo fredda. Il Comune di Verderio Superiore mi concesse allora l’uso del porticato al centro sportivo. Antonella Brivio, suo zio Antonio ed alcuni amici mi aiutarono ad eseguire i lavori che dovevano renderlo idoneo alla pratica del karate. Il tutto ci costò oltre un milione e mezzo di lire e dopo pochi mesi ci chiesero indietro il locale. Eravamo daccapo. Poi il dottor Gigliotti mi parlò di una villa con un seminterrato. Il seminterrato era pieno di macerie ma era anche grande a sufficienza per creare una palestra. Ne parlai con Piera che mi chiese: “Scusa, e che cosa ce ne facciamo della villa?” Le risposi: “Faremo fare karate ai bambini.” Mi diede del pazzo ma alla fine decidemmo di comprarla. A quel punto bisognava decidere un nome: scelsi Shotokan Ryu perché Shotokan è il nome del nostro stile e Ryu era inteso come “via”. La “via” del karate Shotokan. Fu Massimo (Massimo Scandella, istruttore, c.n. 6° dan) che tramite un amico grafico propose il logo che abbiamo tuttora. 
Monza, Concorezzo e Paderno chiesero di potere adottare lo stesso nome scelto per Verderio. Manuela (Manuela Pancaro, maestro, pluricampionessa mondiale, europea e italiana di combattimento, c.n. 6° dan) dopo avermi affiancato per tre anni, cominciò ad insegnare a Merate dove poi vennero trasferiti anche i corsi di Paderno. Monza decise poi di gestirsi autonomamente e questo può essere considerato positivo perché è anche così che le cose vanno avanti. In seguito anche Manuela si è staccata aprendo una propria scuola, e i corsi di Merate sono passati al M° Massimo Scandella, cn 6° dan. Sempre a Merate, negli ultimi anni abbiamo ampliato i corsi per includere persone diversamente abili. Attualmente siamo presenti a Merate, Concorezzo, Verderio, Calolziocorte e al collegio S. Antonio di Busnago. Inoltre tutti gli anni si organizzano corsi nei centri estivi e nelle ore di Educazione Motoria nelle scuole. Il mio obiettivo è di dare a tutti la possibilità di fare karate. Un karate di uguale qualità ma di quantità diversa, perché è giusto che un bambino rimanga un bambino e che un adulto possa fare karate senza dovere gareggiare.

Da quando ha fondato la scuola oggi sono passati più di 40 anni: si sono realizzate le sue aspettative? Come è cambiata la prospettiva della scuola?
Quello che è successo nello Shotokan Ryu è esattamente quello che desideravo: riuscire a trasmettere il karate e fare in modo che altri continuassero per tanti anni con entusiasmo e voglia di migliorare, e un domani possano a loro volta trasmetterlo correttamente.
Potete leggere sui libri il karate, leggere come tenere la mano, stare bassi, mantenere la perpendicolarità, il ritmo, la velocità, la respirazione. Però solo chi effettivamente lo sa fare e ha raggiunto quel livello ti può aiutare. Senza una guida uno diventa forte se si mette davanti al sacco e tira i pugni, ma è un’altra cosa.
Ho cercato in tutti modi e ci sono abbastanza riuscito, di mettere in pratica la mia visione della scuola: creare tecnici, creare agonisti, istruttori e così via, avere diversi corsi per bambini, per diversamente abili, per adulti … questa è la scuola.
La mia aspettativa è che questo continui: attualmente siamo 23 tecnici e 5 si sono iscritti al nuovo corso. Spero che a breve si sfoci in nuove palestre che fanno parte della scuola.
Avere una base d’appoggio, anche per la parte burocratica, è un aiuto non da poco al nuovo insegnate che inizia un suo corso.
Ad esempio, Giuseppe e Walter hanno aperto nuovi corsi, cosa che non avrebbero potuto fare se non ci fosse la Shotokan Ryu, perché all'inizio non si hanno i numeri per poter affrontare le spese come il commercialista etc. La scuola deve aiutare e dare un sostegno pratico a chi vuole iniziare.
Il mio compito come maestro è di sostenere chi prova ad avviare un corso. Certo, se uno fa parte della Shotokan Ryu deve stare alle regole della scuola: se si hanno idee diverse se ne parla, si trova una soluzione, la migliore che viene condivisa da tutti.
Del resto, secondo l’esperienza in generale, in qualsiasi azienda o associazione ci deve essere una linea comune. Per il momento sono io il presidente, sono quello davanti ma non sono in questa posizione perché ho schiacciato chi sta sotto o dietro di me, anzi, ho sempre dato il più possibile anche mettendoci del mio.
Anche dal punto di vista economico, fino al 2008 ho potuto permettermi di finanziare, ad esempio, agonisti e trasferte. Adesso invece è la scuola a svolgere questo ruolo.
Abbiamo preparato un libro sulla nostra storia, che racconta l’operato e i risultati dei primi 50 anni della scuola. È stato un impegno di energie e anche economico che una palestra da sola non avrebbe potuto sostenere.
Ecco l’importanza della scuola. Spero che chi un domani arriverà dopo di me continui ancora con questo entusiasmo e l’obiettivo dovrà sempre essere la crescita e il miglioramento dell’individuo.

C’è qualcosa dei 50 anni passati che l’ha resa particolarmente felice?
Sono sempre stato felice tutte le volte che riuscivo a fare e far fare karate. Ogni volta che andavo, smettevo il lavoro e correvo ad insegnare karate ero felice, poi tornavo a lavorare fino alle 4 del mattino. Sono sempre stato, e lo sono ancora, felice di fare karate. Domani vado a Concorezzo e sono felice perché ci sono delle persone che rendo felici se riesco ad insegnarli qualcosa. Questa è la mia felicità.
Al venerdì sera arriviamo tardi, sono stanco, ma penso: “domani mattina devo andare a Merate” ed ecco, sono felice, mi passa la stanchezza.
Forse se l’avessi fatto da professionista avrei potuto fare di più, invece ho sempre lavorato - avevo un’azienda. Ma a pensarci meglio avere un reddito non legato al karate mi ha permesso di essere più libero.

Ci parli del Trofeo dell'Amicizia, dato che sono trascorsi oltre 20 anni dalla prima edizione.
Prima del “Trofeo dell'Amicizia” si andava a fare le gare un po’ dappertutto. Ma chi aveva la possibilità di partecipare? Solo i ragazzini bravi, motivati, mentre gli altri erano esclusi, non avevano la possibilità di misurarsi, emergere, di fare quell'esperienza anche negativa, che fa crescere.
Proprio per questo ho pensato di creare il nostro torneo, dove tutti possono partecipare. Oltre alle coppe per i primi classificati, tutti ne ricevono una. Per quale motivo?
Ad esempio, un ragazzino arriva ultimo, con 20 come voto, mentre gli amici 22, 25 etc. Però gli diamo la coppa ugualmente. Se nel prossimo trofeo, magari arriva ancora ultimo, ma prende 24, vuol dire che ha migliorato! Ha vinto contro sé stesso, e se prosegue su questa strada arriverà inevitabilmente al podio. Occorre pazienza e impegno al miglioramento.
Parlando di bambini subentrano i genitori, che sono i primi tifosi e vorrebbero vedere il figlio sul podio. Anche se il bambino è il meno bravo del gruppo, per il genitore è il migliore.
Ci sono stati anche episodi poco piacevoli, genitori che proponevano di pagare tutte le coppe del trofeo per far salire sul podio il figlio. Ho sempre risposto: “Spianandogli la strada in questo modo non aiuta suo figlio. Il ragazzo deve imparare che ha bisogno di migliorare per vincere, e per migliorare deve impegnarsi”. Alcuni genitori hanno capito, ora i figli sono adulti che praticano karate e che hanno fatto carriera nella via.
È un insegnamento anche per i genitori. Per questo spingo i genitori a fare qualche lezione di karate, per capire cosa fa il bambino e per capire l'ambiente.

Come vede la palestra adesso, dopo tanti anni?
Entrare in palestra o essere in casa è uguale. Quando ero giovane cercavo la palestra per fare karate. Ora mi va bene ovunque: facendo un karate da adulto, so che non devo battere, saltare, …
Ovviamente quando si insegna ai bambini bisogna avere una palestra attrezzata, adatta, con il parquet.
Potrei fare il saluto qui e qui fare karate. Potrei farlo su un prato. Non mi interessa la struttura. La palestra è un luogo dove posso praticare, ne più ne meno. Non è un simbolo. La palestra assume importanza quando tu vuoi che diventi un dojo. Il dojo è importante quando tu vuoi che lo sia, non è un simbolo. È quello che fai ad essere importante.

Parliamo del rapporto maestro-allievo: cosa significa essere Maestro?
Per essere un bravo maestro bisogna mettere in pratica quanto ci si è prefissi. Se si compie tutto quello di cui abbiamo già parlato si è bravi, si hanno delle qualità.
Se l’allievo non capisce quale sia il compito di un maestro, tutto si riduce ad uno scambio commerciale, un dare-avere che nel karate è la cosa peggiore. Il karate inteso come “via” è solo dare. Avere è naturale: se mi alleno per migliorare è naturale che alla fine riesca anche a vincere la gara. Chi invece si allena solo per vincere la gara è difficile che la vinca e seppure dovesse riuscirci non avrà trovato la “via” del karate.
Il maestro deve essere uno specchio che riflette tutto quello che l’allievo fa. Uno specchio non mente, il maestro non mente e mostra esattamente quello che l’allievo non esegue correttamente indicando la via per il miglioramento.
Ad esempio, se l’allievo ha una forma non corretta, più si allena più si consolida nell’errore. Il Maestro gli farà vedere che quella forma non è corretta e anche se in un primo momento l'allievo perderà la sua sicurezza e soddisfazione, sicuramente in seguito capirà quello che il maestro gli sta trasmettendo e migliorerà.

Quali sono le qualità di un allievo?
La prima qualità dell'allievo è che l’allievo deve fare l’allievo. Quando vado dal M°Shirai cerco di essere un allievo. Non perché sono M° c.n. 7° dan penso di non aver niente da imparare! È un errore. Sto molto attento a quello che dice, anche alle cose che sembrano insignificanti, perché, per tornare alla metafora della finestra che abbiamo usato in precedenza, quando si aprirà una nuova finestra scoprirò cose che adesso, a 7°dan, non vedo. La vera qualità è riuscire a essere un allievo a tutti gli effetti, prestare attenzione quando partecipa alla lezione. Chi insegna, se è vero maestro, non insegna solo le tecniche. Un istruttore insegna il programma d'esame. Un Maestro deve farti capire che devi essere un allievo. Chi è allievo diventerà un bravo maestro.

Un consiglio da dare agli allievi della Shotokan?
Di essere allievi - la stessa risposta che ho dato nell’intervista precedente.
Aggiungo che essere allievi vuol dire fare karate pensando ai miglioramenti, ascoltando quello che viene detto ed essere allievi dello Shotokan Ryu vuol dire anche sentirsi parte della scuola e “aiutare” la scuola.
In una palestra puoi instaurare un rapporto “io pago, tu insegni”, ma qui non è così. L’allievo dovrebbe farsi carico della scuola, nelle sue possibilità e capacità: bisogna prestare attenzione anche cose semplici come non arrivare tardi alle lezioni, non farsi ricordare ogni mese che c’è da pagare la quota.
Cerco di far capire questo a tutti, non solo alle cinture nere. Ad esempio, quando facciamo i kata e ci mettiamo di fronte, uno esegue il kata e l’altro lo osserva: questo vuol dire far parte della scuola! Non mi preoccupo solo di me, ma anche di te. Anche se non sono bravo come te, ho un grado inferiore, posso dirti “Perché fai questo movimento? Perché alzi la spalla? Mi sembrava corto, hai traballato”. Questo è essere una scuola, è aiutarsi, collaborare, non è un dare e avere.
Quando uno si iscrive deve far parte della scuola, senza sentirsi l’ultimo o il primo, e questa cosa deve essere naturale.

Un consiglio per gli aspiranti maestri/istruttori.
Essere felici. Che è quello che ho fatto io.
Non deve essere un problema prendere la borsa per andare a fare karate. Non mi è mai capitato di pensare “uffa, devo andare”. Ho avuto momenti in cui è difficile alzarsi - per salute, lavoro, famiglia. Quel momento ci sta, ma mai avere il dubbio di fare karate, perché poi mi sono sempre trovato molto contento. Finito l’allenamento sto sempre meglio. Anche adesso che non sono più giovanissimo mi ha aiutato a continuare.
Non vedo l’ora di andare - anche nelle lezioni più difficili, con i bambini più scatenati, dove cerco di diventare bravo e avere fantasia per insegnare comunque, fare in modo che migliorino, lasciandoli però bambini, senza mettermi ad urlare. Mi fanno morire! Quando finisco quella lezione sono santo! In alcuni corsi il karate è visto come doposcuola e i genitori non hanno da subito la prospettiva di crescita attraverso il karate. Il mio compito è di fare in modo, comunque, che quei bambini imparino qualcosa.
Non mi preoccupo solo che l’allievo esegua una tecnica corretta, ma che tramite quella tecnica migliori la sua persona.

Negli anni ’90 venivano pubblicati i giornalini annuali, e nel 2021 è stato pubblicato un libro sulla scuola. Qual è lo scopo?
I giornalini erano un modo per far sapere cosa ne pensavamo del karate e cosa succedeva nella scuola in quel momento.
Il libro invece è qualcosa che deve far sapere cosa è questa scuola, non tanto perché è nata, ma tramite il suo operato cosa ha fatto in 50 anni e cosa si propone di fare in futuro.
Il libro è una cosa tangibile che riassume i proponimenti, altrimenti la scuola è conosciuta attraverso solo il volantino. Dovremo fare in modo che venga letto. Bisogna far conoscere il pensiero che c’è dietro questo tipo di karate, deve far capire che il karate non è una serie di regole, ma una cosa viva, buona, una via per crescere.

Si usa spesso la metafora della finestra, ce la può spiegare?
Il M°Kase diceva: “ogni 10 anni ognuno si alza e apre una finestra, ogni volta vede cose che prima non vedeva.”
Un atleta cintura bianca apre una finestra e vede il prato, la montagna, una casetta ed un albero. Lo stesso atleta arrivato a cintura nera la riapre e si accorge che nel prato ci sono i fiori, sull’albero ci sono i frutti, la casa hai i fiori alle finestre.
Dopo altri 10 anni di karate, la riapre nuovamente e vede gli insetti sui fiori, la neve sulla montagna e altri dettagli che non aveva notato.
E procedendo di 10 anni in 10 anni nel karate si scoprono cose che prima c’erano, ma non si vedevano.
Quando una persona ha superato un livello vede la differenza rispetto a quello precedente: già le cinture nere guardando le marroni possono capire questa differenza, e quando la marrone fa l’esame di cintura nera sente di aver superato un traguardo fondamentale, è una soddisfazione enorme, ma ci si accorge che il karate è appena iniziato e ci sono altri livelli che prima non vedeva.
Anche al mio livello sto scoprendo cose nuove. Facevo 3 ore di fila, insegnavo 5 giorni alla settimana e non c’erano problemi, adesso invece devo cercare di ottenere con maggior semplicità e naturalezza quello che facevo prima e inizio ora a capire quello che diceva il M° Kase.
Naturalmente bisogna praticare sempre con un certo livello di attenzione e entusiasmo: se un atleta frequenta regolarmente ma non presta attenzione a quanto gli viene detto, non potrà arrivare ad alti livelli. Che formano quei livelli sono l’insieme di parecchie cose: forma, destrezza, velocità, kime, respirazione e devono collimare tutte con naturalezza in quel momento.
Il karate do è la via del miglioramento: devo farmi carico anche dei più piccoli dettagli che mi vengono corretti, è mia preoccupazione correggermi.

Semplicità e naturalezza
Negli anni mi sono reso conto che sia nel kata che nelle fondamentali è importante eseguire tecniche in maniera efficace, per arrivare a questo è fondamentale l’intenzione e la determinazione con la quale si esegue la tecnica, ma anche la corretta respirazione. Per poter gestire intenzionalmente le tecniche, il gesto deve essere già acquisito in modo da non doverci pensare durante l'azione. La tecnica non avrà reazione e rigidità ma solo semplicità e naturalezza, continuità e resistenza.
Molti, anche agonisti, fanno un kata con tecniche perfette e sono bravissimi nella forma, ciò nonostante il combattimento è debole. Nel kata bisogna mettere un’anima per far sì che divenga dinamico. Se voi guardate un quadro con un paesaggio perfetto, e poi ad esempio un Van Gogh quasi schizzato: il primo è bello, ma il secondo è arte e vi emoziona. Per il karate è la stessa cosa: bisogna non solo dimostrare una bella forma ma trasmettere emozione.

Che cosa è per lei il “do”?
Sapete già che “do” significa “via”. Diverse persone scelgono diverse vie. C’è chi trova la “via” nella filatelia, chi diventa religioso, chi diventa attore oppure artista. La “via” è un modo per crescere. Se si pratica karate senza questa idea si cade nella rissa. Qualcuno avrà sperimentato su di sé un pugno forte e la voglia di piangere, una frase dura e la voglia di smettere: chi concepisce il karate come una “via”, con quel pugno e con quella frase cresce. Ricordo che il M°Shirai durante un allenamento mi colpì con un calcio e mi fece cadere un dente. Lui si preoccupò, io no. Dissi: “Maestro, se avessi fatto tennis avrei potuto prendere una racchettata invece faccio karate e ho preso un calcio”. Il dente l’ho risistemato ma mi è rimasto in mente questo: avrei potuto arrabbiarmi e non l’ho fatto, non perché sia bravo ma perché nel contesto del karate non ha senso recriminare. Non si piange, neppure quando le lacrime scorrono da sole. Così si segue la via del karate e ci si migliora. Tirare un pugno o un calcio, a certi livelli, non dà più soddisfazione. Tirare quel pugno e quel calcio per migliorarsi dà grande soddisfazione, anche se si fa una grande fatica.

Nel Dojo Kun si dice che “il karate è via di sincerità”. Cosa significa per lei?
Per chi segue la “via”, la sincerità è fare le cose che si dicono. Significa guardarsi allo specchio e dire “sono sporco” se sono sporco e non dire “sono pulito” quando sono sporco. Significa fare il proprio dovere per ottenere un risultato, avere il coraggio di dirselo e non cercare scuse. È facile apparire sinceri davanti agli altri, è più difficile esserlo dinnanzi a sé stessi. La sincerità nella “via” è proprio questo: riuscire ad essere sinceri con sé stessi.

Che difficoltà si affrontano percorrendo la via del karate?
La difficoltà più grande sta nel rendere la “via” la cosa più importante. Alcuni maestri si allenano il mercoledì mattino con il M°Shirai, nella palestra di piazzale Cuoco a Milano. Bisogna essere lì prima del M°Shirai. Noi arriviamo tutti alle 5.15, il maestro arriva verso le 5.30. Entra e solo dopo 5 minuti entriamo noi. Noi dobbiamo essere lì prima fuori ad aspettare per rispetto; chi arriva dopo non ha capito una cosa fondamentale della relazione che esiste tra maestro e allievo. Certo, può essere duro svegliarsi così presto e, dopo l’allenamento, avere ancora davanti una giornata di lavoro. È stato duro frequentare quelle lezioni senza neppure potersi allenare quando ho avuto un’incidente con la moto, mi faceva male persino camminare e non riuscivo neppure a guidare la macchina. Una persona fuori dalla nostra prospettiva avrebbe detto che ero pazzo. Spesso, però, le scelte riguardano situazioni del tutto normali della nostra vita: vorrei andare ballare ma c’è uno stage. Devo andare allo stage se percorrere la “via” è il mio obiettivo. Non bisogna esagerare, certo, ma bisogna sapere cosa occorre fare per seguire il “do”. Vorrei portare degli esempi: molti di noi sono sposati. Alcuni dei nostri tecnici hanno dei figli. È tutto molto importante ma la “via” non deve venire meno. Anche chi ha perso delle lezioni dentro di sé, mentre sta a casa con i figli, può sempre percorrere quella “via”: può cullarli e fare il kata mentalmente e quando tornerà in palestra la sua voglia sarà maggiore. Un maestro si accorge di queste cose e si accorge anche degli alibi che si prendono per non affrontare le difficoltà. In realtà esiste una sola “via”, che è diritta ed andrebbe seguita. La vita può farci deviare ma se alla fine ci si ritrova in carreggiata si saprà di aver seguito la giusta direzione.

Qual è la strada per migliorare nel karate?
Il M°Kase diceva: “bisogna diventare deboli per diventare forti – bisogna diventare umili per diventare forti”. Se faccio un pugno forte ma tecnicamente non corretto mi sento appagato ma non miglioro, per migliorare devo farlo in maniera corretta anche se mi sentirò più debole inizialmente. Umiltà vuol dire accettare questa debolezza, e capire che una volta acquisita la tecnica corretta è facile ritrovare la forza e migliorare.
Ecco perché ci sono i gradi, e sono veri.
Quando viene promosso a cintura gialla un bambino che non sa fare ancora il primo kata, il grado ha un significato: serve ad aiutarlo a capire e continuare. Quando sarà verde e blu dovrà iniziare ad applicare la realtà delle cose.
Infatti la dispersione di iscritti accade proprio in quella fascia di colore dove finisce l’entusiasmo, forse anche l’illusione di essere fortissimi senza far fatica e ci si confronta con la realtà.
Un altro punto critico è la cintura nera: riuscire a raggiungere quel grado è una soddisfazione, sembra un traguardo definitivo. Ma subito dopo, preparandosi per il 2°dan ci si accorge di essere molto debole. Se uno lo concepisce come punto di partenza continua, altrimenti lo subisce.

Con la pratica del karate è possibile trovare ed utilizzare la forza interiore nei diversi ambiti della vita?
Il karate diventa parte di te: non te ne accorgi ma acquisisci un modo di fare non di sopraffazione, ma di sicurezza naturale. Sei tranquillo quando devi entrare in un luogo, diventa più semplice affrontare qualsiasi situazione. Il lavoro, non ti fa paura. Se ce la fai o meno è un altro discorso, ma non hai la preoccupazione: “cosa devo fare? cosa farò?”.
Un esempio: cammini, vai al bar, al cinema, incominci a renderti conto non solo della tua posizione, inconsciamente registri dove ti trovi, l’ambiente, la strada, il parco. Verifichi se c’è una situazione di pericolo o no.
E’ da 2 o 3 anni che ho cominciato a capire più a fondo questa cosa.
Prima c’era, ma era “naturale”: mi trovo in una situazione di pericolo e la vedo. Adesso invece c’è una coscienza di questo.
Capisco quello che il M°Nishiama diceva: “il karate ha tre livelli, ma oltre a questi ne esiste un quarto”.
Il primo livello è il “go no sen”: l’atleta vede l’attacco, para e poi contrattacca.
Il secondo livello è il “tai no sen”: l’atleta vede l’attacco e mentre para contrattacca. La parata ed il contrattacco arrivano assieme.
Poi c’è il terzo livello (“sen no sen”): attacco su intenzione. Tu vuoi colpirmi - io ti colpisco prima che tu parta.
Ma il M°Nishiama ci ha spiegato che esiste un quarto livello. Per tanti anni me lo sono chiesto - facevo l’allievo e questa frase mi è rimasta impressa ma non riuscivo a capire. Solo da poco l’ho capita.
Senza pensare, senza osservare coscientemente, si ha una percezione della presenza di qualche cosa di estraneo, innaturale. Non per forza la persona con la pistola…. anche cose più semplici. Semplicemente la eviti. Evitare prima che accada. Non so spiegarlo bene. Non è facile.
È un percepire un possibile pericolo, non il pericolo stesso. Non agisci sull’intenzione dell’altro, salti anche l’intenzione! E questo ti succede nella vita normale, non può esserci in palestra ovviamente.
Ho cercato per anni questo discorso, ma tradurlo in parole è difficile. Quando anni fa l’ho sentito non capivo, ma avevo fiducia e pensavo: “se lo ha detto, qualche cosa c’è”.
Provo a fare un esempio. Siamo in pizzeria, arriva una compagnia di ubriachi. Non presto attenzione agli ubriachi tutto il tempo, ma dentro di me ho una sensazione della situazione che si potrà creare ed inconsciamente mi comporto di conseguenza. Non è una cosa che viene naturale. Solo quando arrivi a quel livello ti diventa spontanea.
Viceversa, se entrano degli ubriachi che non mi danno quella sensazione, rimango tranquillo.
Nella semplicità e naturalezza evito il problema prima che possa sorgere. Non è una cosa che cerchi di raggiungere, è fare quello che devi fare.

Ha mai usato il karate per difendersi?
Come no. Quante volte mi avete aggredito in palestra, durante il combattimento? Potrei anche raccontare degli episodi accaduti fuori dalla palestra, ma a cosa servirebbe? Però prendete per buono quello che vi dico, perché lo è: chi sa fare veramente karate è forte sul serio. Non ha problemi.

Parliamo del saluto. Prima e dopo le lezioni, da 50 anni.
Normalmente nelle palestre di karate tradizionale vediamo esposto il quadro che ritrae il M° Funakoshi. Non perché sia venerato, ma per ricordarci il suo esempio, quello che lui ha saputo fare per tramandarci il karate. Anche noi dobbiamo essere in grado di tramandare quest’arte.
Anche se ci rivolgiamo a lui, il primo saluto non viene fatto solo al M°Funakoshi, ma viene fatto a chi è venuto prima e ci ha dato la possibilità di imparare karate. Lui ha dato la possibilità di portarlo alla luce, prima di lui ci sono stati molti maestri, tornando indietro nel tempo via via fino alle origini: per un credente si arriva a Dio, chi ti ha permesso di nascere e imparare al karate.
Il secondo saluto è reciproco. Io Maestro dico a te allievo che mi impegno al massimo delle mie possibilità ad insegnarti e a non nasconderti nulla, e tu ti impegni al massimo a cercare di capire ed imparare.
Durante la lezione, prima di ogni kata faccio un saluto: di rispetto a me stesso. Mi impegno al massimo delle mie possibilità. Quando faccio il saluto non posso più mentirmi.
Anche quando si lavora in coppia ci si saluta con lo stesso significato. Impegnarsi al massimo non vuol dire fare piano se ho di fronte qualcuno di debole. Faccio bene, forte, controllo.
Il saluto finale serve per raccogliere tutto quello che ho fatto: se l’ho fatto bene, con il saluto si percepisce cosa mi rimane. Non lascio sfuggire quello che ho imparato.
Il saluto è tipico delle arti marziali, pur con formule diverse l’intenzione rimane: il miglioramento.

Qual’è il fascino maggiore del karate?
Il karate è bello perché non è una cosa momentanea. Il karate è tutta la vita, e deve essere una cosa felice.
Se al posto di andare a lezione vuoi andare a ballare, puoi fare karate come sport, come ginnastica. Questo non vuol dire che se fai karate non puoi più andare a ballare! Vuol dire che devi dare il tempo giusto alle cose, nella maniera più naturale.
Se devo fare un esame e salto lo stage per andare a ballare… allora è meglio che non faccia l’esame!
Questo perché se vuoi qualche cosa di eccezionale, l’impegno deve essere eccezionale. Vuoi suonare il pianoforte? Non basta saper schiacciare i tasti, la musica è un’altra cosa. Tutto ciò che è arte, è arte nel momento in cui emoziona. Il kata, il combattimento devono emozionare non solo perché fai bene la tecnica, il salto, ma perché in quello che fai c’è anima e trasmetti questo: lo spirito.


Visitatori:

VIDEOCHIAMATA: TELEFONARE AL 338.2870007

MODULO ISCRIZIONE SCUOLA

ULTIMI EVENTI

Allenamento a Calolziocorte 20 dicembre 2022

Stage - Esami di Kyu - Busnago 04-12-2022

Giornata Contro la Violenza sulle Donne

Trofeo Dell'Amicizia - Merate 13-11-2022

Classifica Trofeo dell'Amicizia 2 giornate

Il Gruppo Diversamente Abili all'Autodromo di monza

Merate per lo sport - 08-10-2022

Stage Nazionale Aggiornamento Tecnici FIKTA - Bellaria Igea Marina 3-4 settembre 2022

Manifestazione Festa dello Sport a Concorezzo - 11-06-2022

Trofeo dell'Amicizia - Concorezzo 22-05-2022

camp_Reg. - Misano di gera d'Adda-_7-8 maggio 2022

Heart Cup - Ponzano Veneto 30Aprile 1° Maggio 2022

Stage - Esami cinture colorate - Busnago 27-02-2022

Stage Nazionale Aggiornamento Tecnici

1° Coppa Lombardia - Ciserano (BG) 20-03-2022

Il gruppo Diversamente Abili al Teatro La Scala

Stage M° Hiroshi Shirai - Merate 10-12-2021

Esami per cinture nere Busto Arsizio - 21-11-2021

Festa dello Sport - Merate 10-10-2021

Presentazione del libro - Merate 12-09-2021

Esami Maestri e Istruttori - Igea Marina 27-08-2021

Stage

Stage - Esami per cinture colorate - Concorezzo 02-05-2021

Stage - Esami per cintura nera 2° dan

Centro estivo 2020 Concorezzo

1 Trofeo Taiji Kase - Abbiategrasso 09-02-2020

Stage con il M° Hiroshi Shirai - Merate 13-12-2019

Esami di Dan - Molinetto (BS) 01-12-2019

Stage-Esami di Kyu - Merate 24-11-2019

Trofeo dell'Amicizia 1° giornata - Busnago 10-11-2019

4° Trofeo Kenshin Bobo

stage Aggiornamento Tecnici - Corso Maestri e Istruttori - Consegna 6° dan

Stage Tavolette - Merate 14 luglio 2019

Manifestazione Calolziocorte - 23-06-2019

Manifestazione Festa dello Sport Concorezzo - 1-2 giugno 2019

campionato Italiano: Kata-Kumite-Enbu-Fukugo - Veroli (FR) 1-2 giugno 2019

Esami di Dan - Abbiategrasso 19-05-2019

Stage - Esami di kyu - Busnago 26-05-2019

campionato Regionale: Kata-Kumite-Enbu-Fukugo - Calcio (BG) 4-5 maggio 2019

2° Trofeo Regionale - Biassono 07-04-2019

3° Giornata del Trofeo dell'Amicizia - 12 maggio 2019 Merate

Stage Aggiornamento Tecnici - Salsomaggiore 30-31 marzo 2019

1° Torneo Regione Lombardia - Gaggiano 24-03-2019

Stage M° Shirai - Merate 14-12-2018

Esami di Dan - Busto Arsizio - 02-12-2018

50° Coppa Shotokan - Busto Arsizio 01-12-2018

Stage - Esami di Kyu - Busnago 25-11-2018

2° Giornata del Trofeo dell'Amicizia - Concorezzo 11-11-2018

14° Memorial M° Taiji Kase - Formigine 10-11-2018

Manifestazione a Busnago - 09-09-2018

Stage Tecnico Nazionale - Bellaria Igea Marina, 27-30 agosto 2018

cinque nuovi Istruttori Federali alla Shotokan Ryu

Studio del Kata Hangetsu - Verderio 22-07-2018

Campionati Assoluti - Ostia 9-10 giugno 2018

Oratorio estivo - Concorezzo 2018

Stage - Esami Cinture colorate - Concorezzo 27-05-2018

esami di Dan - Crema 17-06-2018

1° Giornata Trofeo dell'Amicizia - Merate 20-05-2018

Campionato Regionale Kumite - Fukugo - Brembate 13-05-2018

Campionato Regionale di Kata e Enbu - Crema 29-04-2018

4° Edizione HEART CUP - Ponzano V. (TV) 14-15 aprile 2018

Stage Nazionale Aggiornamento Tecnici - 17-18 Marzo 2018

Stage M° Shirai - Collegi Villoresi - Merate

Buon Compleanno M° Severino