ASSOCIAZIONE SPORTIVA DILETTANTISTICA di:
Verderio (LC) - Merate (LC) - Concorezzo (MB)

Intervista a Giuseppe Failla

Quando hai iniziato a praticare karate e perché?
Ho iniziato karate per caso. Mentre ero a militare a Novara, ho frequentato per 6 mesi jiujitzu. C’era un maestro che aveva un avversione smodata per il karate e sosteneva che: “dopo che hai fatto 1000 pugni è logico che il pugno lo impari a fare!”. Finito il militare, ho voluto vedere se aveva ragione, così iniziato a praticare karate con il M° Guizzetti (che ho scoperto solo dopo aver iniziato M° Colombo). Quando due allievi del M°Guizzetti aprirono un corso a Lecco mi sono spostato, ma il corso è stato chiuso poco dopo e sono andato da Maurizio Venturini, già Shotokan Ryu, a Olgiate, dove ho incontrato Walter Valente, con il quale tuttora insegno.

Il corpo e la mente: sono due cose importanti nel karate. Quando vi relazionate con gli allievi in che proporzione cercate di trasmettere di questa cosa?
E' difficile trasmettere la parte mentale, all'inizio c’è solo la parte fisica. La possibilità di raggiungere la parte mentale dipende dagli anni di esperienza che hai e anche dagli acciacchi fisici che hai: più il fisico fa fatica, più entra la parte mentale che deve compensare la parte fisica. In ogni caso fino a cintura nera prevale la parte fisica.
A tal proposito, mi viene in mente quanto detto dal M° Fugazza in un corso per educatori sociali della regione Lombardia che ho frequentato con la M° Piera: “se fate vincere sempre lo spirito di conservazione sul vostro fisico, non arrivate mai al vostro limite e non sapete mai come superarlo. Non entrerà mai la parte mentale”. Bisogna arrivare al proprio limite, essere tanto stanchi da non farcela più nemmeno a tirare il pugno, allora lì entra la forza mentale. Con più passa il tempo con più capisco che è una grandissima verità. La parte mentale è soltanto il secondo stadio, il terzo stadio, che è quello più alto è lo spirito, che arriva molto dopo. In giapponese i 3 livelli sono “shin - ghi - tai”: “corpo mente e spirito”.

Che cosa è la perfezione?
Io la vedo ancora nell’ambito della tecnica, è fare la tecnica perfetta. 
Però per perfezione si deve intendere anche il modo di comportarsi all’interno della palestra. Ci può essere la battuta, lo scherzo, ma dobbiamo essere di esempio per chi abbiamo dietro e la perfezione deve esserci nel modo in cui ci si comporta. Quando bisogna impegnarsi, ci si impegna, non ci si nasconde, perché se tu, istruttore, ti nascondi, gli allievi ti vedono e imparano che è giusto e ammissibile farlo. E' una grossa responsabilità.
Il M°Colombo dice che il karate è come aprire una finestra. Quando sei cintura bianca vedi il prato, poi la richiudi la riapri che sei cintura blu e vedi in lontananza la foresta, la richiudi e la riapri che sei cintura nera e vedi i fiorellini all’interno del prato. La riapri che sei secondo dan e vedi altro. Il panorama non cambia, quello che cambia è la percezione che tu hai di quel panorama.

Hai aperto con Walter Valente il corso di Calolziocorte. Per voi è sicuramente il raggiungimento di un traguardo ma è anche un punto di partenza di un progetto più ambizioso. Cosa vedete davanti?
Io e Walter abbiamo tanti progetti, tante cose che vorremmo fare. Ci sarebbe la possibilità di avere la palestra per più ore e ampliare il corso ma quello che ci frena è il tempo.
Per adesso va bene, siamo partiti piano, il primo anno è stato quasi deprimente perché tante volte eravamo più istruttori che allievi ma va bene così, adesso siamo un po’ di più. Abbiamo 8 allievi! Rispetto al primo anno ce ne sono forse fin troppi. Però è bello, tanti sono arrivati, alcuni poi hanno lasciato, per adesso vogliamo popolare il corso, poi vedremo strada facendo.
C’è stato un periodo che avevamo 5 bambini di 4 anni, un paio hanno lasciato e adesso i tre rimasti hanno 5 anni e li portiamo all’esame di cintura gialla. 
Sono piccoli e con i genitori abbiamo posto le condizioni chiare: li facciamo provare, ma il bambino deve venire volentieri e soprattutto deve poter apprendere qualcosa. In caso contrario saremmo io e Walter a sconsigliare la pratica. 
Capita la giornata che i bambini sono fuori di testa - ma quando sono fuori sono proprio fuori, non avete idea! Ma poi li vedi catturati dagli allenamenti: ad esempio un piccolino non riusciva neanche a coordinare piedi e mani adesso è diventato il più bravo, fa tutto il kata da solo. Le soddisfazioni che ti danno i bambini piccoli non te le da nessuno.

Cosa avete applicato del corso istruttori?
Con gli anni ci siamo resi conto che non si può insegnare ad insegnare. Cosa fai? Quello che a me sarebbe piaciuto è che i vari Maestri raccontassero la loro esperienza sull’insegnamento, e per me loro avevano tante cose da dire. Sembra banale, ma quando ti trovi tu da solo davanti a 20 persone ad insegnare, le prime volte non è poi così semplice e naturale, puoi essere anche il più bravo insegnante ma quel momento sei da solo e devi superare questa difficoltà.
Sempre al corso istruttori, un maestro giapponese ci raccontò la storia di due allievi. Di questi due allievi, al primo riusciva tutto bene e subito: era un atleta e karateka molto valido; il secondo invece per fare le stesse cose e raggiungere lo stesso risultato doveva allenarsi molto intensamente, mettendoci tanto tempo e tanto impegno. Passarono gli anni e tutti e due divennero maestri. Il figlio del karateka a cui tutto riusciva bene divenne l’allievo dell’altro che lo accettò e gli insegnò, ma ad un certo punto il maestro chiese al compagno di vecchia data: “Perché non insegni tu stesso a tuo figlio?”. E lui gli rispose: “A me è sempre uscito tutto spontaneo, non ho fatto la fatica che hai fatto tu ad imparare e quindi non riesco a trasmettere la passione che invece puoi trasmettere tu: tu hai fatto quella strada, hai fatto quel percorso che io non ho fatto”. Questa cosa mi ha fatto pensare perché è così, è proprio vero. Se non fai quella strada, se non passi quelle difficoltà, se ti esce tutto facile, come fai a sapere come spiegare?

Cosa ti ha dato il karate nella vita fuori dalla palestra?
Questa è la domanda di chi fa karate. Francamente non so quanto mi ha aiutato il karate nella vita di tutti i giorni. C’è stato un periodo che andavo per lavoro a parlare davanti a molte persone. Faccio l'informatico e dovevamo esporre un progetto parlando davanti all'unione industriali e artigiani, 100 o 150 persone. Non lo avevo mai fatto. Penso che il karate mi abbia aiutato ad affrontarle, però la controprova non l’avrò mai. 
Quello che ho capito facendo karate è che non bisogna essere orgogliosi. L'orgoglio è una corazza che blocca e non ti permette di imparare.
Intendo per orgoglio mettere sul personale un suggerimento che ti viene dato per migliorarti, ad esempio se il Maestro mi dice che qualcosa non va bene e lo prendo sul personale pensando “ma no, non può essere vero, io non sono così”.

Un consiglio per chi sta iniziando.
Durante la vostra vita di karateki arriveranno tanti momenti difficili, tanti momenti in cui avrete voglia di lasciare perché non avrete più la forza. Fermatevi pensate a quello che perdete e come vi sentirete dopo due, tre, quattro anni sapendo di aver lasciato. Bisogna trovare la forza per andare avanti. Arriveranno i momenti duri, magari non ci sarà nessuno che vi sosterrà, vi dirà di andare avanti, la forza la dovete trovare voi. Ricordatevi di questo.



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